Expo 2015. Quando va in scena la solidarietà

don Emilio Lonzi e lo chef Paolo Giorgetti a Expo
don Emilio Lonzi e lo chef Paolo Giorgetti a Expo

In quello che fanno “ci mettono il cuore”, ma ci mettono anche la ragione, che è voglia di trasformare la passione in azioni concrete. Don Emilio Lonzi e Paolo Giorgetti sono ristoratori e nel loro locale praticano l’economia di comunione, una cultura economica guidata dalla gratuità e dalla reciprocità. Una cultura del dare che finisce per ridurre la miseria e mitigare l’esclusione sociale, e crea posti di lavoro. Un fare rivoluzionario che cerca soluzioni alla crisi.

via Alfonso Di Vestea, Pescara
via Alfonso Di Vestea, Pescara

La Locanda del Cuore, questo il nome del loro ristorantino in via Alfonso Di Vestea 18, a Pescara Portanuova, è un locale rustico e accogliente, con le volte in laterizio e i mobili in legno. La specialità della casa è la carne, fiorentine, tagliate, hamburger di Angus. Il pesce viene servito solo su ordinazione, perché deve essere rigorosamente di giornata.

La Locanda del Cuore
La Locanda del Cuore

Vari sono gli eventi della settimana: il venerdì, baccalà in tutte le salse, da quello lessato con sughetto e granturco a quello mantecato, dal baccalà al forno con peperone, al baccalà alla livornese in umido e al tortino di baccalà con pinoli e uvetta sultanina su salsa al brandy.

Il giovedì è la volta delle cene medicee con piatti storici e ricette che risalgono al Quattrocento. Sui tavoli, sparsi, i sonetti di Lorenzo il Magnifico. Una specialità è il cibreo di rigaglie su fondo di carciofi, il piatto preferito da Caterina de’ Medici. Ma non mancano ribollite e paté di fegato. Sì, perché lo chef Paolo Giorgetti è toscano, ma vive in Abruzzo da molti anni, dopo aver sposato una teatina conosciuta a una festa otto mesi prima. L’accento no, quello non lo ha perso, e nelle espressioni di disappunto esclama ancora “maremma”. I piatti abruzzesi però li prepara con grande maestria.

gli anellini alla pecorara serviti a Expo
gli anellini alla pecorara serviti a Expo

È un’esperienza assaggiare i tipici “anellini alla pecorara”, i diversi sapori rimangono ben distinti pur armonizzandosi tra di loro, un piatto di grande equilibrio sensoriale.

lo chef Paolo a Expo
lo chef Paolo a Expo

Quella della cucina per Paolo è una vera e propria passione. Figlio di direttore d’albergo a Firenze, in questa città ha frequentato l’istituto alberghiero e ha iniziato a lavorare in estate che aveva 14 anni, a Forte dei Marmi. In seguito ha lavorato a Zurigo, Parigi, St. Moritz, Londra, passando un periodo anche su una nave da crociera. Ancora, è stato in Sardegna e poi nella sua Firenze. In Abruzzo lavorava come primo chef all’Hotel Villa Immacolata di San Silvestro. Fino a quando un giorno il suo amico di sempre don Emilio non gli ha proposto di rilevare un’attività di ristorazione, quella che sarebbe poi diventata La Locanda del Cuore, appunto. E lui gli ha risposto con un semplice “mi garba”.

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Gli garbava perché don Emilio gli proponeva non un affare, ma un progetto di vita e di solidarietà. Il parroco con le sue esperienze ne ha viste tante e ha scelto la vicinanza ai poveri. Responsabile di tre parrocchie pescaresi, tra cui il Sacro Cuore, si è formato nel mondo degli scout e ha frequentato gruppi di volontariato vincenziano. In Diocesi è il direttore dell’ufficio liturgico e in una sua parrocchia ospita preti da tutto il mondo, Corea, Congo, Uganda, Iraq. Va matto per la cioccolata ed è affascinato dalla Ferrari. Intenditore di vini, preferisce il Traminer alsaziano bianco. Mangia spesso gli hamburger, ma solo quelli di Angus argentino preparati dal suo amico Paolo che invece ha assaggiato per la prima volta un Burger King  in un Autogrill mentre raggiungeva Milano per lo show cooking in Casa Abruzzo Expo. Convinto dal giovanissimo staff di Ortovita, dopo averlo mangiato ha detto ironicamente: “mi sono emancipato!”.

Casa Abruzzo per Expo, Brera Milano
Casa Abruzzo per Expo, Brera Milano

L’associazione Ortovita di Rosciano ha chiesto proprio ai due ristoratori, lo chef e il parroco che quando può dà una mano – ma soprattutto degusta le specialità della casa – di gestire lo show cooking a Expo 2015, perché si ritrova nel loro progetto di solidarietà.

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Infatti la Locanda, tolte le spese di gestione e gli stipendi, destina il ricavato a persone in stato di necessità, paga bolli e assicurazioni auto, le cure mediche, gli arretrati di affitto delle case, acquista elettrodomestici per chi non ha acqua calda o muore di freddo. Non solo. Ha dato lavoro a quattro dipendenti che venivano da situazioni di disagio e che difficilmente avrebbero trovato un impiego, e ora hanno recuperato serenità ed entusiasmo. Ma già con il rilevamento del locale i due ristoratori avevano evitato che i precedenti gestori finissero sul lastrico.

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Per questo quando hanno aperto a Natale scorso molti mezzi di informazione ne hanno dato notizia, dalle testate di Rai1 (clicca per vedere il servizio) e Rai2 ai giornali e quotidiani più diffusi. Solidarietà, buona cucina, prezzi contenuti e accessibili a tutti hanno fatto di Paolo e don Emilio due star della ristorazione.

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Al di là delle parole, sono i loro occhi a comunicare serenità e gioia: “la soddisfazione mi raggiunge ogni sera, quando chiudo gli occhi. È bello, è una sensazione che non si può descrivere”, dice Paolo. Una sensazione trasmessa nei suoi piatti e che danno un’atmosfera speciale alla Locanda.

“A L’Aquila piantiamo i Lamponi della Pace”

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piantine di lampone

È passata una settimana da quando L’Aquila ha ricordato i sei anni dal terremoto. Una settimana per far sedimentare le sensazioni che ho provato girando il 6 aprile per il centro. E  finalmente non è stata solo profonda tristezza

uno striscione che ha accompagnato la fiaccolata della notte del 6 aprile
uno striscione che ha accompagnato la fiaccolata della notte del 6 aprile

È ancora il rosso il colore che l’associazione Animammersa ha scelto per ridare significato alla città, tinta dai lamponi. L’anno scorso era stato il rosso del filo delle ragnatele tessute intorno a piazza Duomo

Piazza Duomo l'anno scorso
Piazza Duomo l’anno scorso

Fu la prima cosa che notai quando due anni dopo il violento sisma tornai a L’Aquila: il rosso, in varie sue sfumature, vivace, acceso, brillante, delle case appena ricostruite

casa rossaPensai che fosse la reazione degli aquilani al dolore, l’urlo della loro rabbia. Avevano così trovato il modo di entrare in una “zona rossa”, il loro spazio privato al posto di quello pubblico che era invalicabile. “Una zona rossa ovunque si trovi è una questione nazionale”, era scritto su un’enorme coperta tesa da Animammersa in piazza Duomo per denunciare la gestione di tutte le emergenze italiane

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Con il colore rosso gli aquilani esprimevano anche ciò di cui avevano più bisogno, la forza, la vita, come negli amuleti della cultura popolare abruzzese, portatori di virtù benefiche. Ancora oggi in città si parla dei colori della ricostruzione: “i palazzi ricostruiti, in colori sgargianti. Imbarazzanti. Non ho parole”, scrive una lettrice al giornale online NewsTown 

Antonella Cocciante la presidente di Animammersa
Antonella Cocciante la presidente di Animammersa

“Rosso come il sangue degli aquilani che sparso sulla terra germoglia in nuovi frutti come simbolo di rinascita”, dice Antonella Cocciante presidente di Animammersa. Perciò i lamponi. Un filo rosso che lega L’Aquila alle città bosniache di Srebrenica e Bratunac, come le lega il 6 aprile, uno spartiacque tra una vita e l’altra, tra la paura e il coraggio di reagire. In questo stesso giorno iniziò nel 1992 l’assedio di Sarajevo. La guerra balcanica provocò un grave eccidio, proprio a Srebrenica ci fu un grande massacro di musulmani. E qui entrano in scena i lamponi

DSCN5690 - CopiaNel 2003 alcune donne riuscirono a superare l’odio con il lavoro e fondarono una cooperativa agricola che chiamarono “Insieme”, perché riuscì a unire ortodosse, musulmane, cattoliche per coltivare lamponi e mirtilli. Una chiave per sgretolare il muro di odio, diffidenza e tensione fra le parti in conflitto, per favorire il ritorno a casa delle persone cacciate dalla guerra

Rada la presidente di Insieme
Rada la presidente di Insieme

L’idea è venuta alla presidente Rada Zarkovic che la racconta a L’Aquila in italiano: “la dignità umana è stata ritrovata attraverso il lavoro che unisce le persone e ricostruisce la pace”.

Oggi la cooperativa da 10 soci è arrivata a 500 famiglie socie e una produzione annua di 500 quintali di frutti. Il piccolo frutto rosso viene coltivato nella valle del fiume Drina. La coltura del lampone è tradizionale nell’area ma il conflitto l’aveva interrotta. È stato un italiano di Trento a rintrodurla in quei luoghi insegnando alle donne della cooperativa le tecniche di coltivazione per una pianta che resiste ai climi freddi, che appartiene alla famiglia delle rosacee ed è sacra a Venere.

I frutti – anche more, fragole, mirtilli – vengono raccolti ed esportati surgelati nei Paesi europei, mentre la trasformazione in confetture e succhi di frutta è fatta per Italia con tre linee diversificate: una di marmellate zuccherate e non biologiche per la Coop, una per l’Altromercato, biologica e zuccherata, la terza che è biologica e senza zucchero, guarda ai negozi Bio e ai gruppi di acquisto solidale. Marmellate di Bratunac (info@coop-insieme.com)

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Ventotto sono le persone, reduci dal massacro e vedove, che ci lavorano direttamente, il reddito è garantito anche per le fattorie associate. La cooperativa produce ogni anno 130mila vasetti di confetture e 180mila bottiglie di succhi di frutta, oltre a 350 tonnellate di prodotto congelato grezzo. Per l’impianto di congelamento la cooperativa ha acquistato una fabbrica distrutta in guerra. I numeri non parlano solo del valore simbolico ma della qualità del prodotto, buono e sano come le conserve fatte in casa. Il sogno di Rada e delle sue donne ha la dolcezza delle loro marmellate, recuperare quanto più possibile le ricette tradizionali per misurare l’identità. Questa straordinaria esperienza collettiva di amicizia e solidarietà verrà documentata da un film di Mario e Stefano Martone, “Dert”, in via di realizzazione. “L’imbroglio etnico” era invece il titolo della mostra fotografica di Mario Boccia (ma lui avrebbe voluto chiamarla “Un Nobel per la Pace ai lamponi”) che da anni segue la storia dei Balcani e dei luoghi feriti dal conflitto etnico. NewsTown è stato il media partner,  il mensile confronti.net ha sostenuto Insieme attraverso la produzione di cartoline dedicate

foto di Mario Boccia
foto di Mario Boccia

Ricucire ciò che è stato strappato per riprendere forma. Superare il lutto delle perdite e la tragedia, che hanno colpito anche la Bosnia Erzegovina, con la “resilienza”. Piantando i lamponi, le donne della cooperativa hanno ritrovato l’esercizio di prendersi cura degli altri. Hanno ricominciato il cammino verso futuro. Anche gli aquilani vogliono farlo. I lamponi portati dalle bosniache dovranno essere piantati, innaffiati, potati, accuditi. Si guarderà fuori del proprio dolore. Perciò agli eventi che hanno accompagnato la giornata l’associazione aquilana ha dato il titolo “Oggi non si parla di guerra”, ma di come si possono superare confini e differenze, di come stimolare la consapevolezza delle conseguenze della tragedia per guardare oltre. Oltre i puntellamenti, che ancora colpiscono lo sguardo di chi attraversa il centro storico avendo “l’impressione di un’operazione durevole che non prelude a interventi di restauro, perché eccessiva, invadente”, come aveva denunciato Francesco Erbani. Oltre la tentazione e l’abitudine retorica di parlare del dolore e del passato

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Piantiamo lamponi dove c’è un dramma, piantiamo lamponi per ricucire i rapporti devastati da eventi drammatici”, dice il direttore di Insieme, Skender Hot, arrivato a L’Aquila con le donne dell’associazione

Skender Hot pianta un lampone
Skender Hot pianta un lampone

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Segni della vita che riprende. Skender ha piantato il primo lampone nel parco antistante la basilica di San Bernardino

Leo, Caffetteria San Bernardino
Leo, Caffetteria San Bernardino

Leo, il proprietario della Caffetteria San Bernardino, si è impegnato a curarne la crescita, Animammersa ha realizzato i sacchetti rossi di lana e cotone per avvolgere amorevolmente i vasetti dei “lamponi della pace” e ha offerto un buffet tipico della colazione tradizionale della Pasqua aquilana: “pizza dolce”, che è una ciambella, salsiccia di carne chiamata “cicolana”, uova lesse

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le socie davanti alla sede di Animammersa
le socie davanti alla sede di Animammersa

L’associazione Animammersa sta anche realizzando un’enorme coperta per partecipare il prossimo 20 giugno al Guinness dei primati di Trieste: “Vogliamo che sia la coperta più grande del mondo”, dice Antonella. “È del colore della loro denuncia, il rosso, per richiamare l’attenzione sulla mancanza di una legge italiana che regoli le emergenze e le catastrofi. Le pezze stanno arrivando da tutta l’Italia, devono essere lavorate esclusivamente all’uncinetto e recare una targhetta con il nome e la provenienza”. L’iniziativa è parte del progetto di urban knitting “Mettiamoci una pezza” con il quale le socie non sferruzzano ma, attraverso la partecipazione e la solidarietà, fanno politica

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E mentre le donne di Animammersa non si stancano di portare i problemi di L’Aquila all’attenzione nazionale, riacquistano il sorriso. Così le ho trovate, più serene. Ciò che non è cambiato è la loro ospitalità, la voglia contagiosa di non fermarsi, il profondo sentimento di amicizia verso chiunque partecipi al loro cammino, chiunque vada a visitare la loro città. Certo non è usuale sentire dire “è andato a fare un giro in centro per vedere un po’ di macerie”. Non è facile dire loro, senza rischiare di essere inopportuni, che si impara molto guardando quelle macerie, che insegnano la dignità della caduta e l’ostinazione della rinascita. In fondo L’Aquila è piena di gru, di teli che coprono palazzi in ricostruzione. In fondo è già successo, proprio prima di Pasqua, che una chiesa sia tornata al suo antico splendore, la basilica di San Bernardino che fra poco riaprirà. E succede tutti i giorni che gli aquilani sperimentino modelli alternativi di sviluppo, nuovi modi di vivere e abitare, che interpretino senza banalità la cronaca quotidiana, che i baristi e i ristoratori ti facciano sentire a casa e sappiano fare “accoglienza”

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basilica di San Bernardino
basilica di San Bernardino

Gli aquilani possono insegnarci tante cose ma non lo sanno

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L’olio pluripremiato di Tommaso Masciantonio

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Migliore azienda olearia dell’anno. E così il Trappeto di Caprafico di Tommaso Masciantonio ha ricevuto il Premio speciale dalla Guida agli Oli d’Italia 2015 del Gambero Rosso. Presentata in anteprima nei giorni scorsi a Verona, durante il Vinitaly e il Sol & Agrifood,  sarà in edicola e in libreria a fine marzo, ma è già in vendita online.

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Non sorprende questo premio per chi conosce Tommaso, come non sorprendono gli altri riconoscimenti: 3 foglie, sempre sulla stessa Guida, al suo Dop Colline Teatine Bio (blend di Gentile di Chieti, Intosso e Leccino) e al suo olio monocultivar Intosso.

Gli oli del Trappeto si sono distinti anche al Sol D’Oro International competition con la Medaglia di bronzo nella categoria Biologico e con la Gran Menzione nella categoria Fruttato intenso. Proprio nell’ “annus horribilis dell’olio”, per la massiva presenza in tutta la penisola della mosca olearia come conseguenza delle particolari condizioni climatiche, Tommaso è riuscito a mantenere alta la qualità del suo olio: “in un’annata difficile come il 2014 questi premi valgono il triplo, è una soddisfazione enorme”

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Allora cerchi nel territorio la ragione del successo, in quel terreno pietroso, aspro e selvaggio, dove gli alberi di ulivo piantano le loro radici nella roccia calcarea scivolata dalla montagna. Ne osservi l’ostinazione, la resistenza. Sono piccoli ed esili, anche quando hanno tanti anni. Sono come la gente d’Abruzzo, “forti e gentili”.

Noi abruzzesi, poco propensi a manifestare le emozioni ma generosi nell’animo, siamo fatti dello stesso ruvido carattere della montagna, proprio come questi alberi che nelle silenziose piane di Caprafico, a Casoli, nella provincia di Chieti, sono abbracciati dalla Majella, nutriti dai suoi venti, addolciti e protetti dalla sua presenza rassicurante. Da questi alberi discreti si ricava un frutto straordinario, ricco di profumi e di intensità aromatiche, che durante la crescita respira le note di cisti, ginestre, timi, ginepri e piante selvatiche

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Ancora, ne cerchi le ragioni nel particolare microclima delle pendici della montagna, a 500 metri di altezza sul livello del mare, solitamente asciutto e fresco. Un’oasi, dove sorgono i 5mila alberi di ulivo di Masciantonio, che tiene in modo naturale lontani i parassiti e la mosca, il tanto temuto insetto che nel 2014 in Italia ha decimato la quantità di olive raccolte e la produzione di olio

foto di Agnese Di Ciano
foto di Agnese Di Ciano

Ma poi quando conosci Tommaso ti chiedi se non sia lui il principale artefice della qualità dell’olio pluripremiato. Trentotto anni, ha ereditato dalla sua famiglia l’azienda fondata nel 1874. Lui è la quarta generazione e continua a portarla avanti insieme ai suoi, con l’esperienza di un veterano. Meticoloso, preciso, esperto nell’utilizzo di  macchine per l’estrazione di ultima generazione, si potrebbe dire che ci parla con le olive. Ma soprattutto le osserva, passa molto tempo nel campo a prendersi cura degli alberi, percepisce ogni piccolo cambiamento, previene i problemi che potrebbero presentarsi. Segue con maestria tutta la filiera, dalla raccolta alla spremitura, alla conservazione, all’imbottigliamento, sa come ottenere un prodotto più fruttato o più dolce. Tiene sotto controllo i possibili difetti effettuando una raccolta precoce e trasferendo le olive con recipienti rigidi di plastica forata che ne favorisce l’aerazione. Evita di immagazzinare le olive iniziando la lavorazione entro 6 ore dalla raccolta. La spremitura è a freddo

le molazze
le molazze

Nel frantoio a ciclo continuo Tommaso conserva le vecchie macine in granito per la molitura, ma solo per i pochi olivicoltori che preferiscono ancora questa tecnica o come reperto da mostrare durante le visite. Nel Trappeto il frangitore è metallico e la spremitura avviene con presse idrauliche che hanno sostituito quelle con i fiscoli. La crema viene inserita nelle gramole, vasche in acciaio a chiusura ermetica che consentono di mantenere la temperatura bassa

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La pasta passa poi, per la separazione dell’olio, nella centrifuga orizzontale a due fasi e mezzo, operazione che viene fatta con l’aggiunta di acqua di vegetazione. Alla fine l’olio non viene filtrato ma viene fatto decantare naturalmente

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Il lavoro per arrivare a un olio eccellente non termina qui. Anche la conservazione ha la sua importanza. L’olio viene riposto sotto azoto, che evita l’ossidazione, in grosse cisterne di acciaio inox in ambiente rustico a temperatura costante di 17°. Quantità elevate di olio favoriscono una maggiore stabilità nel tempo. È in queste cisterne che l’olio viene fatto decantare e travasato dopo un mese

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 È sempre da queste cisterne che viene spillato all’occorrenza

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A richiesta l’olio viene confezionato in bag-in-box che evita il contatto con l’aria. Per l’olio venduto in vetro invece l’azienda ha una macchina che aspira l’ossigeno dalle bottiglie, le sterilizza, sigilla il tappo e appone l’etichetta. E poi l’azienda le esporta in paesi dell’Europa e America del Nord

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Masciantonio lavora a un progetto per la valorizzazione dell’antica cultivar Intosso, una varietà rustica e da mensa che la tradizione ha sempre usato per le “olive curate”. L’olio da Intosso si rivela al naso con un fruttato intenso e con note di foglia di pomodoro

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Ma Tommaso e la sua famiglia hanno anche altri progetti. È stato impiantato un vigneto e si lavora alla realizzazione di un agriturismo

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Anche la trasmissione di Rai Uno “Linea Verde” dedicherà uno spazio al Trappeto di Caprafico. Patrizio Roversi è stato in azienda l’altro ieri e ne racconterà i tratti salienti durante la puntata che andrà in onda il 12 aprile prossimo

foto di Agnese Di Ciano
foto di Agnese Di Ciano

L’azienda è esempio di un Abruzzo che produce ottimo olio, che è stata la regione più premiata con 4 Medaglie e 3 Gran Menzioni

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La cucina della Maiella, un libro sulla biodiversità abruzzese

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Ho fatto amicizia con Gino Primavera su Facebook non ricordo bene in quale circostanza e quando. Di sicuro è successo prima dell’incidente che gli segnò la vita. Gastronomo e alimentarista, insegnava allora all’Istituto alberghiero di Villa Santa Maria, uno dei più antichi d’Italia. Mentre si prendeva cura del suo orto finì sotto la motozappa che lo ferì gravemente a una gamba. Furono per lui mesi difficili, le operazioni, la paura di gravi conseguenze. Quando in seguito lo conobbi aveva ancora bisogno della stampella per camminare ma l’umanità che avevo percepito attraverso i suoi post su Fb era tutta lì, in quegli occhi ancora sofferenti, nella tenerezza del suo sorriso, nella voglia di ascoltare gli altri. Era il 13 agosto dello scorso anno e Gino presentava il suo primo libro nella sua bellissima Guardiagrele, cittadina pedemontana della provincia di Chieti. Ricordo la sua emozione, gli occhi più di una volta gli si fecero lucidi, incontrava la sua gente e si sentiva un miracolato. Dopo un lungo lavoro di anni di ricerca e studio alla fine il sogno si realizzava, poteva trasmettere il suo sapere, i valori della sua terra, le tradizioni che conserva orgogliosamente.

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Da quel tragico giorno è passato poco più di un anno. Lui stesso lo ha ricordato su Facebook: “dopo l’incidente, è iniziato per me un nuovo percorso. Ho imparato a riappropriarmi del tempo, del rapporto con la natura, del silenzio, della lettura e della scrittura”. Io dico che ha scoperto di essere un guerriero, di avere la forza degli antichi sanniti di cui si sente erede. E dico che ha la determinazione del montanaro. Dopotutto conosce molto bene la montagna, la sua Maiella. Con lei vive in simbiosi, un po’ sentinella dei suoi ritmi e dei suoi colori. È uomo essenziale, come la grafica del libro.

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Il libro

Non è un caso il titolo della sua prima opera: “La cucina della Maiella”, scritto insieme al giornalista Lucio Biancatelli, Orme-Tarka Editore. Più che un libro, un trattato. Nel senso che si possono trovare le più svariate notizie sulla cultura della “montagna madre”, come chiamiamo la Maiella noi abruzzesi. La cucina è un pretesto per raccontare usi e costumi, tradizioni, produzioni tipiche, aneddoti, curiosità. Si spazia dalle erbe spontanee come gli òrapi, alle ricette dei pastori e dei giorni della festa. Dal cibo del conforto, ai riti legati al maiale, dalla transumanza delle api, al peperone rosso dolce di Altino, al parrozzo di Pescara. Dalla tradizione del vino cotto alle “sise delle monache” di Guardiagrele, alle sfogliatelle di Lama.

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È il libro dei ricordi, dell’odore del brodo della nonna, della solidarietà contadina, degli stenti della guerra, della biodiversità dell’Abruzzo. Ma anche degli slanci imprenditoriali del suo popolo, come con la produzione della pasta. E ancora ricette antichissime: ravioli con papavero e salsa di pecorino, pizza e foje, spaghetti alla Trappitàra, le revotiche, lu Mmuacch, pallotte casce e ove, corde di chiochie alla salsiccia, baccalà con peperoni, gnocchi fritti.

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Il progetto

Un capitolo è dedicato al progetto per la produzione di olio prodotto da monocultivar con l’oliva da tavola “Intosso”. Allo stesso progetto stanno lavorando gli olivicoltori, la Confesercenti e il Gal Maiella Verde per redigere un disciplinare di produzione da proporre al Ministero delle politiche agricole per essere inserito in un progetto più ampio: “Terravita”. Si vuole arrivare a dare agli oli la stessa importanza e visibilità che oggi l’Italia è riuscita a dare ai vini.

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La banca dei semi

Gino si dedica anche alla conservazione di semi antichi, difficili da reperire. Ha una sua piccola banca dei semi e contribuisce a reintrodurre colture quasi estinte come quella dei fagioli a pisello, bianchi, dolci, delicati nel sapore e dalla buccia sottilissima.

Ha scritto poi un secondo libro: “Butto la pasta”, ricette veloci da preparare nel tempo di cuocere la pasta. E ne sta ultimando un terzo.

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Noi amici di Facebook continueremo ogni sera ad aspettare i piatti che posta dopo averli fotografati con maestria. Sempre ricette tradizionali, sempre presentate in modo da farci venire l’appetito anche se abbiamo appena cenato.

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Venerdì 16 gennaio è stata una bella giornata per l’associazione Ortovita. Nella splendida Sala Figlia di Iorio del Palazzo della Provincia di Pescara il presidente Antonio Di Marco ha firmato l’Accordo di Partenariato con la nostra associazione di promozione sociale, partner capofila. Gli altri partner sono il Comune di Rosciano, sul quale territorio sorge la Piattaforma, e l’Euroconsulting che ha curato il progetto.